Il diritto di famiglia non risolve il conflitto
Nel diritto di famiglia il conflitto non viene risolto, viene amministrato.
Questa non è una formula teorica ma una scena che si ripete con una regolarità: due persone che non riescono più a stare insieme arrivano davanti a un giudice portando con sé mesi, a volte anni, di parole dette male, di silenzi carichi, di piccoli gesti accumulati fino a diventare insopportabili, e a quel punto qualcuno prova a mettere ordine, a trasformare tutto questo in un sistema comprensibile, fatto di giorni, orari, obblighi, distanze misurate con precisione.
Sulla carta funziona, perché tutto appare finalmente definito: i figli stanno quì in questi giorni, lì negli altri, le telefonate si fanno in certi orari, le decisioni si prendono in un certo modo; è un equilibrio che sulla carta regge. Finché non rientra nella vita reale, dove invece ogni regola deve attraversare le stesse persone che quel conflitto lo hanno costruito.
Basta osservare cosa accade dopo: un ritardo che non è mai solo un ritardo, un messaggio che non riceve risposta, una decisione presa senza avvisare l’altro, e ogni episodio riattiva lo scontro.
E quando tutto questo torna davanti al giudice, sotto forma di ricorso cautelare o di richiesta di modifica, non è difficile accorgersi che le regole ci sono ma non bastano.
Spesso, quelle regole, assumono persino una funzione opposta: tenere ancora insieme la relazione attraverso lo scontro.
Perché, senza quel conflitto, resterebbe uno spazio vuoto che non potrebbe essere riempito.
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