Assegno divorzile: come è cambiato fra il 2018 e il 2026
Assegno divorzile: cosa è cambiato davvero tra il 2018 e il 2026
Negli ultimi anni l’assegno divorzile è stato oggetto di una trasformazione profonda. Non di una riforma di legge, ma di una vera e propria riscrittura operata dalla Corte di Cassazione, passo dopo passo. Oggi questa linea è finalmente chiara, coerente e utilizzabile anche in concreto. La recente decisione del gennaio 2026 non introduce novità clamorose, ma chiude il cerchio: stringe ulteriormente le maglie e rende sempre più difficile ottenere un assegno fondato solo sulla differenza di reddito.
La base resta la stessa: la legge non è cambiata
Il punto di partenza è sempre lo stesso: l’articolo 5, comma 6, della legge sul divorzio. È una norma rimasta immutata nel tempo. Quello che è cambiato, radicalmente, è il modo in cui questa norma viene letta.
Oggi l’assegno divorzile non serve più a garantire il “tenore di vita” avuto durante il matrimonio. Serve, semmai, a compensare uno squilibrio economico che derivi da scelte di vita comuni, fatte durante il matrimonio, che abbiano penalizzato in modo concreto uno dei due coniugi. Questa evoluzione non nasce dal Parlamento, ma dalla giurisprudenza.
Il vero spartiacque: il 2018
Il cambio di paradigma arriva nel 2018, quando la Cassazione afferma un principio destinato a segnare tutti gli anni successivi.
Il messaggio è semplice, ma dirompente: non basta che uno dei due coniugi guadagni più dell’altro. Non basta nemmeno che il matrimonio sia durato a lungo.
Per ottenere un assegno, occorre dimostrare che uno dei coniugi abbia rinunciato a opportunità professionali o reddituali per dedicarsi alla famiglia, contribuendo così – indirettamente – alla crescita economica dell’altro.
In altre parole: l’assegno non è una rendita di posizione. È una risposta a un sacrificio reale.
Il problema, però, è che per anni questo principio è rimasto più enunciato che applicato.
Gli anni della transizione: 2019–2022
Nei primi anni successivi, la Cassazione ribadisce il nuovo approccio, ma senza ancora renderlo davvero incisivo. Il criterio compensativo viene evocato, ma spesso senza pretendere una prova rigorosa.
Nella pratica, molti giudici continuano a riconoscere assegni sulla base di valutazioni comparative: chi ha di più paga, chi ha di meno riceve.
È una fase di assestamento. Il principio c’è, ma non “morde” ancora.
Il cambio di passo: 2023–2024
Tra il 2023 e il 2024 la musica cambia. La Cassazione inizia a essere molto più esigente e chiarisce alcuni punti fondamentali:
- non basta dire di aver lavorato meno;
- non basta aver scelto di non lavorare;
- non basta neppure che il matrimonio sia durato diversi anni.
Serve qualcosa di più:
serve la prova concreta che quelle rinunce siano state fatte per la famiglia e che abbiano prodotto un vantaggio stabile per l’altro coniuge.
In questa fase emerge con chiarezza anche un altro dato:
nei matrimoni brevi o di media durata la funzione compensativa diventa strutturalmente difficile da dimostrare.
L’assegno non è uno strumento di riequilibrio sociale, né una risposta automatica alla fragilità economica di uno dei due.
Il punto di arrivo: gennaio 2026
Con la sentenza di Cassazione n. 300 del gennaio 2026, la linea viene definitivamente consolidata.
Il principio affermato è netto e non lascia spazio a equivoci:
la differenza di reddito, da sola, non conta nulla.
Per ottenere un assegno occorre dimostrare tre cose precise:
- di aver rinunciato davvero a occasioni professionali;
- di averlo fatto per la famiglia;
- che quella rinuncia abbia inciso in modo stabile sulla propria situazione economica.
Se questa prova manca, l’assegno va negato o revocato, anche quando l’altro coniuge ha redditi molto elevati.
Qui la Cassazione non fa teoria: applica fino in fondo ciò che aveva già detto anni prima.
Perché oggi molte domande non reggono più
Il punto debole delle richieste di assegno, oggi, è evidente.
Molte domande continuano a essere costruite come se nulla fosse cambiato:
si insiste sulla disparità economica;
si invoca la durata del matrimonio;
si confonde l’inerzia personale con il sacrificio familiare.
Spesso mancano documenti, mancano scelte concrete, manca un nesso causale serio tra ciò che si è fatto (o non fatto) e l’arricchimento dell’altro.
Questa impostazione, che per anni ha funzionato, oggi è sempre più incompatibile con l’orientamento consolidato della Cassazione.
Conclusioni
La linea 2018–2026 è ormai chiara:
l’assegno divorzile non è una forma di assistenza generalizzata, né una redistribuzione automatica della ricchezza.
È uno strumento mirato, che richiede prova, rigore e coerenza.
Chi lo chiede deve dimostrare un sacrificio reale.
Chi lo contesta, oggi, ha finalmente una giurisprudenza solida su cui appoggiarsi.
Ed è proprio questo, forse, il cambiamento più rilevante di questi ultimi anni.
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