Foto dei figli sui social dopo la separazione: serve il consenso di entrambi i genitori
I figli sui social dopo la separazione: quando l’orgoglio crea conflitto
Capita spesso, nel nostro studio, di assistere genitori separati che entrano in conflitto su aspetti solo in apparenza minori.
Uno dei più frequenti riguarda la pubblicazione delle foto dei figli sui social network: per alcuni è un gesto affettuoso, per altri un’invasione della privacy. Eppure, dietro questa abitudine, si nasconde un tema giuridico molto serio: chi può decidere sull’immagine dei figli dopo la separazione?
Una storia comune: quando un gesto d’affetto diventa conflitto
Dopo la separazione, la madre aveva continuato a pubblicare qualche foto dei figli sui social.
Nulla di straordinario: una torta di compleanno, un disegno fatto a scuola, un pomeriggio al parco.
Lo faceva con leggerezza, come un modo per mostrare agli amici che, nonostante la fatica del distacco, la vita familiare proseguiva serena. Il profilo era privato, ma contava più di trecento contatti: amici di amici, colleghi, parenti lontani.
In poco tempo le immagini dei bambini iniziavano a circolare. Arrivavano decine di commenti. Parole affettuose, ma che al padre davano un senso di disagio crescente. Diceva che quelle foto non dovevano stare online, che non si poteva sapere dove finissero, che un giorno i figli — diventati grandi — avrebbero potuto non gradire di vedere la propria infanzia in rete.
All’inizio aveva provato a parlarne.
Poi, dopo l’ennesimo post decise di scrivere:
“Ti chiedo di non pubblicare più foto dei bambini. Non hai idea di chi possa vederle.”
La risposta arrivò poco dopo:
“Sono solo foto di famiglia, non sto facendo nulla di male. E poi il profilo è privato.”
Il padre scoprì poi che una delle immagini era stata ricondivisa da un’amica della madre su un gruppo pubblico dedicato ai genitori della scuola. Quando vide sotto lo scatto decine di commenti, comprese che la privacy dei figli non era più sotto controllo. A quel punto decise di rivolgersi a un avvocato.
Dalla discussione privata alla diffida formale
Dopo pochi giorni, la madre ricevette una diffida formale: rimozione immediata delle foto, impegno a non pubblicarne altre senza accordo. Si sentì ferita, come se fosse accusata di non amare abbastanza i propri figli.
La sua prima reazione fu quella di pensare che il padre volesse solo controllarla ancora, anche dopo la separazione.
Durante il colloquio in studio, però, la questione venne messa su un piano diverso.
Le fu spiegato che non si trattava di un giudizio morale, ma di esercizio della responsabilità genitoriale condivisa.
Dopo la separazione, nessuno dei due genitori può decidere da solo su scelte che incidono sulla vita dei figli, e l’immagine pubblica di un minore — oggi più che mai — fa parte di quella sfera da proteggere.
Cosa dice la legge sulle foto dei figli sui social network dopo la separazione
L’articolo 316 del Codice Civile impone che le decisioni di maggiore interesse per i figli siano prese di comune accordo.
La tutela della loro immagine e della loro riservatezza rientra in queste decisioni.
Il diritto all’immagine è inoltre garantito dall’art. 10 del Codice Civile. Se uno dei genitori pubblica foto dei figli senza il consenso dell’altro, i tribunali possono intervenire, ordinando la rimozione dei contenuti o imponendo sanzioni. Nei casi più gravi, il giudice può persino limitare la responsabilità genitoriale (art. 473-bis.39 c.p.c.).
Negli ultimi anni, varie pronunce — da Milano a Roma, da Mantova a Cagliari — hanno chiarito che la pubblicazione non concordata di immagini dei figli minori può essere considerata una violazione del loro diritto alla riservatezza e alla libertà personale.
Come è stato risolto il conflitto
Durante il primo incontro, il padre sosteneva che la madre volesse “mettere in mostra” i figli per mostrare al mondo che tutto andava bene. Lei replicava che lui usava la legge come arma per limitarla anche dopo la separazione. Il clima si sciolse solo quando il legale del padre mostrò una pagina web straniera dove erano finite, in modo del tutto casuale, centinaia di foto di bambini tratte da profili “privati”.
Non era un atto d’accusa, ma un esempio concreto: ciò che si pubblica online, anche con buone intenzioni, può uscire dal controllo in pochi secondi. Da quel momento il dialogo prese un’altra direzione: da contrapposizione a cooperazione.
Dopo qualche settimana, i due genitori — guidati dai rispettivi avvocati — trovarono un’intesa semplice ma concreta.
Niente più foto pubbliche, ma libertà di condividerle in un gruppo chiuso, composto solo da familiari e amici fidati.
Le impostazioni della privacy furono riviste insieme, passo per passo.
Il padre, da parte sua, promise di essere più presente nella vita dei figli, chiedendo foto e aggiornamenti direttamente, in privato, senza passare dai social.
La madre accettò di non pubblicare più immagini, ma volle continuare a scattarle, custodendole come ricordo personale.
Poco alla volta, il conflitto si spense.
Durante l’ultimo incontro, il padre confessò di aver reagito più per paura che per rabbia:
“Mi sembrava di non avere più voce nelle decisioni che contano. Era come se mi avessero tolto anche quello.”
Lei rispose con sincerità:
“Non volevo escluderti. Forse cercavo solo un modo per non sentirmi sola.”
Da quel momento, il terreno comune fu ritrovato.
Il problema non era più la foto, ma la fiducia.
Conclusioni
La vicenda dimostra che molti conflitti familiari nascono da gesti quotidiani, apparentemente innocenti, ma carichi di significato. La genitorialità digitale è parte integrante della responsabilità genitoriale e richiede consapevolezza, rispetto e misura. Pubblicare foto dei figli sui social network senza il consenso dell’altro genitore non è solo una leggerezza: può violare i diritti della personalità del minore e aprire la strada a un contenzioso giudiziario.
In caso di disaccordo, il Tribunale può intervenire ai sensi dell’art. 473-bis.39 c.p.c., disponendo la rimozione dei contenuti e sanzionando il genitore inadempiente.
La regola, in fondo, è semplice:
Ogni immagine di un figlio appartiene prima di tutto al figlio stesso.
Proteggerlo significa rispettare anche la sua presenza online, con la stessa cura che dedichiamo alla sua vita reale.
E forse, questa è la lezione più importante:
La legge, quando è applicata con equilibrio, non serve a punire ma a ricordarci i confini della cura.
Perché la protezione dei figli non si misura nelle sentenze, ma nei piccoli gesti quotidiani: una foto non pubblicata, un accordo raggiunto, una discussione che diventa dialogo.
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