Il superiore interesse del minore

Il superiore interesse del minore: principio reale o formula di rito?

Nelle cause di famiglia c’è una formula che compare quasi ovunque. La si trova nelle sentenze, nei provvedimenti provvisori, nelle relazioni dei servizi sociali e nelle consulenze tecniche: “superiore interesse del minore”.

Tutti ne parlano. Tutti dichiarano di perseguirlo. Ma che cosa significa realmente? E soprattutto: viene davvero applicato nelle decisioni che riguardano i figli oppure rischia di trasformarsi in una formula generica dietro la quale si nascondono valutazioni molto diverse?

Che cos’è il superiore interesse del minore

Il principio nasce dal diritto internazionale ed è stato recepito sia dalla normativa europea sia dall’ordinamento italiano.

L’idea di fondo è semplice: quando una decisione riguarda un minore, l’interesse del bambino o dell’adolescente deve prevalere sugli interessi degli adulti coinvolti.

In teoria non dovrebbero contare le rivendicazioni del padre, quelle della madre, i risentimenti derivanti dalla separazione o le convenienze economiche dei genitori. Il centro della decisione dovrebbe essere esclusivamente il benessere del figlio.

Il problema è che il concetto di “interesse del minore” non coincide con una formula matematica e non può essere definito una volta per tutte.

Come viene deciso quale sia l’interesse del minore

Nessuna legge contiene un elenco completo e definitivo.

Il giudice deve valutare caso per caso una pluralità di elementi: l’età del minore, la qualità delle relazioni affettive, la capacità genitoriale delle parti, la stabilità dell’ambiente di vita, le esigenze educative, scolastiche e sanitarie e, quando possibile, la volontà espressa dal minore stesso.

Per questo motivo il superiore interesse del minore è spesso considerato un concetto giuridico indeterminato. La legge indica la direzione, ma la concreta individuazione dipende dalla valutazione del singolo caso.

Quali criteri vengono utilizzati

Nella prassi giudiziaria alcuni criteri ricorrono più frequentemente.

Si tende a valorizzare la continuità delle relazioni affettive significative, la capacità di ciascun genitore di rispondere ai bisogni del figlio, la disponibilità a favorire il rapporto con l’altro genitore, la stabilità abitativa e scolastica, l’assenza di condotte pregiudizievoli per il minore, l’ascolto del minore quando l’età e la maturità lo consentono.

Si tratta di criteri ragionevoli, ma non sempre di facile applicazione.

Molto spesso i genitori forniscono ricostruzioni diametralmente opposte della stessa vicenda e il giudice è chiamato a decidere in presenza di fatti controversi, prove incomplete e forti tensioni emotive.

Il superiore interesse del minore viene davvero ricercato?

Questa è probabilmente la domanda più scomoda.

Sul piano teorico la risposta è certamente positiva. Nessun giudice dubita che il minore debba essere il punto di riferimento della decisione.

Sul piano pratico, tuttavia, il rischio dell’utilizzo di schemi ripetitivi esiste.

In molte controversie si ritrovano formule standard: la necessità della bigenitorialità, l’importanza della collaborazione tra i genitori, il mantenimento della stabilità del minore, la tutela dell’equilibrio psicologico del figlio.

Si tratta di principi corretti, ma il problema nasce quando tali formule vengono applicate in modo automatico senza una reale analisi della specifica storia familiare.

Il confine tra applicazione di principi consolidati e utilizzo di cliché decisionali è uno dei temi più discussi tra operatori del diritto, psicologi e studiosi della famiglia.

Perché spesso la storia del conflitto viene messa in secondo piano?

Molti genitori che affrontano una separazione conflittuale hanno la stessa percezione: raccontano anni di comportamenti ostili, umiliazioni, esclusioni o ostacoli alla relazione con i figli e si aspettano che il giudice ricostruisca l’intera storia della coppia.

Spesso rimangono delusi.

Il motivo è che il processo familiare non è normalmente orientato ad attribuire colpe morali per il fallimento della relazione. Il suo obiettivo principale è stabilire quale assetto sia più adeguato per il futuro dei figli.

Di conseguenza, molti fatti del passato vengono considerati rilevanti soltanto se incidono concretamente sull’idoneità genitoriale o sul benessere del minore.

Il peso del tempo nei procedimenti familiari

Esiste poi un altro fenomeno che influenza profondamente le decisioni.

Le cause familiari possono durare anni.

Durante questo periodo i figli crescono, le abitudini si consolidano, gli assetti di vita si stabilizzano e spesso si crea una nuova normalità.

Quando il giudice arriva alla decisione finale si trova davanti una situazione molto diversa da quella esistente all’inizio del procedimento.

Per questa ragione le decisioni tendono spesso a valorizzare la situazione attuale più che la ricostruzione storica degli eventi.

L’obiettivo dichiarato è evitare ulteriori traumi ai minori. Tuttavia questa impostazione può generare una critica tutt’altro che infondata: chi ha subito un comportamento scorretto all’inizio del conflitto può avere la sensazione che il trascorrere del tempo abbia finito per premiare il fatto compiuto.

Una questione aperta

La vera difficoltà del diritto di famiglia contemporaneo consiste nel trovare un equilibrio tra due esigenze contrapposte.

Da un lato vi è la necessità di comprendere la storia che ha portato al conflitto e di evitare che comportamenti pregiudizievoli restino privi di conseguenze.

Dall’altro vi è l’esigenza di proteggere il minore nel presente, evitando che il processo diventi una resa dei conti tra adulti.

Il superiore interesse del minore continua a rappresentare il criterio guida delle decisioni. La sfida, però, è fare in modo che non resti soltanto una formula astratta ma diventi il risultato di un accertamento concreto, approfondito e realmente aderente alla storia di ciascuna famiglia.

 

FAQ

Il superiore interesse del minore coincide sempre con l’affidamento condiviso?

No. L’affidamento condiviso rappresenta il modello ordinario previsto dalla legge italiana, ma non costituisce un valore assoluto. Se le circostanze concrete dimostrano che la gestione condivisa delle responsabilità genitoriali è contraria al benessere del figlio, il giudice può adottare soluzioni diverse. Il criterio decisivo resta sempre l’interesse del minore e non la preferenza astratta per un determinato modello di affidamento.

Il giudice ascolta sempre il minore?

Non sempre, ma l’ascolto del minore è oggi considerato uno strumento fondamentale. In linea generale viene disposto quando il figlio ha compiuto dodici anni oppure anche prima, se è ritenuto capace di discernimento. Tuttavia il giudice non è vincolato alla volontà espressa dal minore, che costituisce uno degli elementi da valutare insieme a tutti gli altri dati del caso.

Se un genitore ostacola i rapporti con l’altro, questo comportamento viene considerato dal tribunale?

Sì. La capacità di ciascun genitore di favorire la relazione del figlio con l’altro genitore è uno dei criteri più rilevanti nelle decisioni in materia familiare. Comportamenti sistematicamente ostruzionistici, se accertati, possono incidere sulle modalità di affidamento, sui tempi di frequentazione e, nei casi più gravi, determinare l’adozione di provvedimenti specifici a tutela del minore.

Perché nelle sentenze conta spesso la situazione esistente al momento della decisione e non quella originaria?

Perché il giudice deve decidere quale sia la soluzione migliore per il presente e per il futuro del minore. Se durante il processo, che può durare anni, si è consolidato un determinato assetto di vita, i tribunali tendono spesso a considerarlo con particolare attenzione per evitare ulteriori cambiamenti traumatici. Questo approccio, tuttavia, è oggetto di critiche quando vi è il rischio che il trascorrere del tempo finisca per consolidare situazioni create da comportamenti scorretti di uno dei genitori.

 

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Avv. Piergiorgio Rinaldi
Avv. Piergiorgio Rinaldi
La realta' della famiglia in crisi richiede conoscenze approfondite ed una dedizione assoluta. Soprattutto, richiede pratica quotidiana e grande passione personale. Per arrivare al migliore accordo.