Ascolto del minore: per conto di chi?

L’ascolto del minore è uno strumento centrale nei procedimenti di famiglia. La legge lo prevede per dare voce ai figli quando il giudice deve decidere su affidamento, collocamento e rapporti con i genitori. In teoria, si tratta di una conquista di civiltà giuridica: il minore non è più un soggetto passivo, ma una persona da ascoltare e rispettare.

Nella pratica, però, l’ascolto del minore può trasformarsi in qualcosa di molto diverso. Spesso diventa una strategia processuale utilizzata dalle parti non per comprendere davvero i bisogni del figlio, ma per ottenere un vantaggio in giudizio.

Quando l’ascolto del minore diventa uno strumento di parte

Nei conflitti familiari più accesi, non è raro che uno dei due genitori punti tutto sull’ascolto del minore. L’obiettivo non è far emergere la verità, ma sperare che il figlio confermi la propria versione dei fatti.

Questo accade soprattutto quando il minore vive in una condizione di forte dipendenza emotiva, soggezione psicologica o fascinazione verso uno dei genitori. In questi casi, il ragazzo può ripetere accuse mai vissute direttamente, frasi sentite in casa o persino contenuti che ricalcano gli atti processuali del genitore di riferimento.

Il risultato è grave: il minore parla, ma non sempre parla con voce propria.

Il peso eccessivo dato ai “grandi minori”

Il problema emerge con particolare evidenza nei cosiddetti grandi minori, cioè ragazzi tra i 14 e i 17 anni. In molti tribunali si è diffusa la prassi secondo cui, superata una certa età, la volontà del minore sarebbe quasi decisiva, soprattutto nelle controversie sul collocamento.

È vero che con la crescita aumentano maturità e capacità di discernimento. Ma non è vero che l’età immunizzi automaticamente da condizionamenti affettivi, paure, ricatti emotivi o manipolazioni sottili.

Anzi, l’adolescenza è spesso il terreno più fragile: il bisogno di approvazione, il conflitto di lealtà e la rabbia verso un genitore possono incidere profondamente sulle dichiarazioni rese durante l’ascolto del minore.

Quando la volontà del minore diventa sentenza

Il rischio maggiore si verifica quando il giudice recepisce in modo automatico ciò che il minore dichiara, trasformando quelle parole direttamente in decisione.

Se il minore è stato influenzato, la sentenza finisce per consacrare una verità falsata. Vince non il genitore più equilibrato o più idoneo, ma quello che è riuscito meglio a suggestionare il figlio e a orientarne il racconto.

In questo modo, l’ascolto del minore smette di proteggere il figlio e diventa un’arma contro l’altro genitore.

Perché serve una verifica tecnica

Quando emergono rifiuti netti, accuse improvvise, linguaggio adulto o posizioni rigidamente schierate, l’ascolto del minore dovrebbe essere seguito da una consulenza tecnica d’ufficio (CTU).

La CTU non serve a smentire il minore, ma a comprendere il significato reale delle sue dichiarazioni: sono spontanee o indotte? Esprimono un disagio autentico o un conflitto trasferito dagli adulti? Riflettono esperienze personali o narrazioni ricevute?

Senza questa verifica, il processo rischia di scambiare il sintomo per la prova.

Ridare senso all’ascolto del minore

L’ascolto del minore resta uno strumento prezioso, ma va usato con prudenza, metodo e competenza. Il minore non deve diventare testimone di parte né artiglieria processuale.

Finché i figli verranno impiegati per colpire l’altro genitore, il processo familiare continuerà a produrre ferite profonde. E una delle più gravi sarà proprio questa: confondere la voce del minore con l’eco del genitore che parla attraverso di lui.

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Avv. Piergiorgio Rinaldi
Avv. Piergiorgio Rinaldi
La realta' della famiglia in crisi richiede conoscenze approfondite ed una dedizione assoluta. Soprattutto, richiede pratica quotidiana e grande passione personale. Per arrivare al migliore accordo.