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GENITORI A TARGHE ALTERNE

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Dai tempi di Freud sappiamo che la mente umana è pari pari a un parcheggio multipiano dove i primi ricordi e i primi sentimenti posteggiano subito e lasciano le chiavi, e i successivi vissuti trovano posto sempre più in alto e prima di fermarsi devono passare davanti a tutti quelli che hanno trovato posto prima di loro.

Da qualche parte, al primo o al secondo piano, c’è la Prinz di mio padre, sulla quale caricavamo tovaglie, canne da pesca, qualche bottiglia di vino e le bistecche per la brace e partivamo verso mete che potevano sembrare lontane solo ad un bambino.

Le scampagnate pasquali degli anni ’70 erano brevi spostamenti fuori porta, prati dai quali si alzavano da più punti colonnette di fumo bianche, segno che la legna usata per la brace non era vecchia al punto giusto, quando gli anziani della famiglia c’erano ancora tutti ed erano in buona salute: qualcuno dei figli li aveva portati con l’utilitaria perche’ loro la macchina non l’avevano mai avuta, e nemmeno la patente, che ai loro tempi c’era la guerra e mica il tempo per quelle robe li’.

La mia generazione ha il ricordo-polaroid di un’economia e di una famiglia che oggi non esistono piu’.

Era rassicurante, quel mondo. Il lavoro era una cosa che iniziavi da giovane e finivi da vecchio, ce n’era per sempre e per tutti. Ognuno guadagnava da solo quanto bastava per far campare dignitosamente una famiglia di tre o quattro persone, e la qualita’ della vita era direttamente proporzionale all’importanza del titolo di studio conquistato.

Era per questo che i nonni avevano sfacchinato nelle fabbriche e nei cantieri: per produrre geometri, contabili, laureati in medicina, legge, filosofia. Gente che non avrebbe conosciuto stenti e che sarebbe andata al lavoro ben vestita e sarebbe tornata a casa senza puzzare di sudore.

Mi ricordo lo sguardo consapevole di quegli anziani di poche parole, che erano piu’ forti dentro e piu’ robusti fuori rispetto a quei loro figli che parlavano del campionato, delle ferie, che leggevano le riviste di automobili e che a marzo andavano in setimana bianca. C’era la sensazione che non approvassero l’abitudine alle comodita’ ma che andassero comunque fieri dello stile di vita senza preoccupazioni che era toccato in sorte ai propri cari. Allora, nessuno si sarebbe mai sognato di parlare di “bamboccioni”.

I divorzi erano ancora pochissimi, di certo solo perche’ la cultura non era ancora matura.

I figli crescevano in famiglie “regolari”, a natale si comprava il cappotto nuovo e la polvere spariva da sola e per sempre sotto il tappeto del salotto.

Della mia generazione, moltissimi hanno provato cosa vuol dire affrontare un divorzio, perdere il lavoro, vedere i figli nei fine settimana ed essere padri e madri a tempo determinato in occasione delle festivita’ comandate.

Genitori a targhe alterne, compriamo l’uovo con la sorpresa che consegneremo non prima del prossimo week end, quando non sara’ piu’ festa e tocchera’ competere con i regali gia’ ricevuti.

Ci siamo spesso sentiti piccoli.

Piccoli, si’, perche’ non riuscivamo a eguagliare quel modello che avevamo assorbito e che sembrava facile da raggiungere ed era proprio li’ a due passi, ancora visibile nelle nostre famiglie d’origine.

E quando mezzo mondo e’ scomparso, quasi ci e’ sembrata colpa nostra.

A chi segue questo Blog, mentre scendo a rigare la Prinz di mio padre, auguro Buona Pasqua.

 

 

Avv. Piergiorgio Rinaldi – Diritto civile e penale di famiglia in Roma

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Avv. Piergiorgio Rinaldi
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La realta' della famiglia in crisi richiede conoscenze approfondite ed una dedizione assoluta. Soprattutto, richiede pratica quotidiana e grande passione personale. Per arrivare al migliore accordo.

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